DIARI DI UNA SEPARAZIONE

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https://marcocolonna.bandcamp.com/album/diari-di-una-separazione

DIARI DI UNA SEPARAZIONECominciamo con una separazione. Quella fisica in questi tempi di quarantena e quella mentale dai nostri impegni quotidiani. La separazione fra ciò che stavamo costruendo e la possibilità di realizzarlo.
In tutto questo trova spazio questo racconto, che affonda le sue mani nella memoria. La memoria di una guerra, quella dei Balcani, di un’amicizia, quella fra Erri De Luca ed  Izet Sarajlic, ma anche la memoria di una strada, delle proprie rose coltivate con amore nei racconti delle donne dei campi profughi nell’ex Jugoslavia.
Questo lavoro, nasce con le limitazioni tecniche e mentali di questo periodo, con il cuore a chi sta perdendo la vita per colpa di questo Virus.
Ma anche a chi lavora in maniera dura per tenere insieme i pezzi. Ospedalieri, genitori, insegnanti, amanti, poeti, attori.
Io e Aida ci incontriamo a distanza e speriamo di incontrare voi. Lo facciamo perchè non possiamo smettere di pensare che elaborare questo periodo ci deve per forza spingere a comprendere il tempo che passa, il suo spirito fatto di memoria e spazio. Fatto di preoccupazione e memoria.
Cominciamo da qui. Da una storia di separazione. Per aiutarci a comprendere quanto quella separazione sia uno strumento per interpretare la nostra.
Marco Colonna

Marco Colonna : composizioni, clarinetti
Aida Talliente : voce

Registrato da Aida Talliente (a Udine) e Marco Colonna (a Roma)
Mixato da Marco Colonna

Cover photo by Marco Colonna  

Marco Colonna

CULTURA VIRALE – LA FABBRICA DI CIOCCOLATO

Una splendida iniziativa della Libreria Friuli di Udine e dell’Associazione Get Up chiamata Cultura virale, una finestra quotidiana di sollievo positivo ed educativo per tutti quei bambini e quelle bambine, ragazzi e ragazze (e non solo) che sono costrette a rimanere a casa da settimane.

LEGGIAMO LIBRI PER VOI!!!!

Qui sotto un piccolo video con un frammento dalla “Fabbrica di cioccolato” di Roald Dhal

DEDICA

AI MIEI CARI COLLEGHI!

DEDICA (con passaggio di corvi) – segue traduzione

a chei ch’a no tornaran plui
parc’ch’a son muarz
a chei ch’a no tornaran plui
e ch’a son vîs
e chei ch’a son tornâz
par murî
o par tornâ a partî

a chei ch’a stan partint vuê
e a chei che incjmò no san lei
o ch’a sgjambirîn
ta panza di lôr mari
ch’a nassaran già vuàrfins
di pari
e lu saran dîs mês adan
fint ch’a varan avonda ans
par dâj il cambio
par continuâ una orenda
tradizion
una strazzaria di afiez
un cori cence radîs
un lavorâ cence intarès
un vegnî vecjus
cence speranza

a gno pâri
ch’al à puartât
fat e disfat valîs
sot duc’ i cìi
fint che la so fuarza era plui granda
dal pês da valîs

a mê mâri
ch’a vaît fasìntlas
spietât glotint il timp
novembre e las lèteras
e cidina à strengjût
vaît spietât strengjût
vaît spietât strengjût
an dopo an
vaît secui
par strengi seconz

a vuaitis amîs duc’
muarz e vîs

a nô ch’j cavilìn
par doi metros di cjera
parc’ ch’j no vin cjera

ch’j lin pal mont
parc’ ch’j no vin lavôr

as nestas vecjas cjasas
pengjas e liseras come un cjant
chi no savin fâ plui

a cheld esideri di libertât
ch’a nu’ vîf denti
encje se nassûz
tra un cîl cussì strent


DEDICA 

A quelli che non torneranno piu’ perche’ sono morti
A quelli che non torneranno piu’ e che son vivi
A quelli che sono tornati per morire
O ripartire.
A quelli che sono tornati oggi.
A quelli che ancora non sanno leggere
E che scalciano nella pancia di loro madre
Che nasceranno gia’ orfani di padre
E lo saranno dieci mesi l’anno
Finche’ avranno abbastanza anni
Per continuare una orrenda tradizione
Uno spreco di affetti
Un correre senza radici
Un lavorare senza interesse
Un invecchiare senza speranza.
A mio padre, che ha fatto, disfatto valigie sotto tutti i cieli
Finche’ la sua forza e’ stata piu’ grande del peso delle valigie.
A mia madre che ha pianto facendole
Aspettando, inghiottendo il tempo
E in silenzio lo stringeva quando tornava.
Pianto, aspettato, abbracciato
Pianto, aspettato, abbracciato
Anno dopo anno
Pianto secoli per stringere secondi.
A voi amici tutti, morti e vivi.
A noi, che litighiamo per due metri di terra
Perche’ non abbiamo terra
Che andiamo per il mondo
Perche’ non abbiamo lavoro.
Alle nostre vecchie case
Solide e leggere come un canto che non sappiamo piu’ fare.
A quel desiderio di liberta’ che ci vive dentro
Anche se nati sotto un cielo cosi stretto.

Leonardo Zanier

AI MIEI CARI COLLEGHI!DEDICA (con passaggio di corvi) – vedi traduzioneA quelli che non torneranno piu' perche' sono mortiA quelli che non torneranno piu' e che son viviA quelli che sono tornati per morireO ripartire.A quelli che sono tornati oggi.A quelli che ancora non sanno leggereE che scalciano nella pancia di loro madreChe nasceranno gia' orfani di padreE lo saranno dieci mesi l'annoFinche' avranno abbastanza anniPer continuare una orrenda tradizioneUno spreco di affettiUn correre senza radiciUn lavorare senza interesseUn invecchiare senza speranza.A mio padre, che ha fatto, disfatto valigie sotto tutti i cieliFinche' la sua forza e' stata piu' grande del peso delle valigie.A mia madre che ha pianto facendoleAspettando, inghiottendo il tempoE in silenzio lo stringeva quando tornava.Pianto, aspettato, abbracciatoPianto, aspettato, abbracciatoAnno dopo annoPianto secoli per stringere secondi.A voi amici tutti, morti e vivi.A noi, che litighiamo per due metri di terra Perche' non abbiamo terraChe andiamo per il mondoPerche' non abbiamo lavoro.Alle nostre vecchie case Solide e leggere come un canto che non sappiamo piu' fare.A quel desiderio di liberta' che ci vive dentroAnche se nati sotto un cielo cosi stretto.Leonardo Zanier

Pubblicato da Aida Talliente su Giovedì 12 marzo 2020

 

NOI NON RIPOSEREMO MAI

NOI NON RIPOSEREMO MAI

Che accidenti può fare un poeta in una città di bersaglio per anni e anni? Vivere, prima di tutto, e di questo gli è grato il mondo: un poeta in meno da piangere, ma poi scrivere perché il resistere non sia solo il residuo di una tenacia ma la materia prima del canto. I poeti possono così salvare il dolore, il loro e l’altrui, impedirgli di aggiungersi alle macerie. Quando più aspra è la necessità, penuria, freddo, lutto, pericolo, più di un generale serve un poeta. Se un frammento, una scheggia di pena entra in un libro, tutto il dolore non è stato solamente spreco. Il posto del poeta è in una città fucilata più che sotto un balcone a suggerire frasi a un innamorato. Chi ha vegliato durante le notti per impedire l’arresto del cuore del mondo? I poeti, i pittori, i suonatori e tutti i saltimbanchi dallo spirito indomito di un popolo. I viveri diventavano le serate di musica e il rossetto sulla bocca delle donne affamate.

La cosa più importante quando cominciammo a scrivere, non era tanto creare versi quanto nei versi riabilitare l’amore. Su tutto quanto ci circondava aleggiava l’ombra della guerra passata. Dovevamo per noi stessi e per la gente intorno a noi riscoprire la bellezza delle mattinate d’inverno e il valore di un sorriso dal finestrino del treno. Dovevamo riabilitare tutte le parole dell’uomo perché da coltello fino ad erba tutte erano macchiate di sangue. Scrivere una poesia era la stessa cosa che piantare una betulla in un parco a venire o mettere un campanello ad una porta (…)»

Izet Sarajlic – “Lettere fraterne” – Dante e Descartes 2007  

disegno di  Cosimo Miorelli

 

AI MIEI "COLLEGHI"…ogni volta che dico "collega", Francesco Villano rabbrividisce….Ciao a tutti miei cari! Spero di rivedervi presto.E buona festa della donna a tutte.(video numero 1)Ocio!…ho detto video numero 1!…..info:www.aidatalliente (vedi blog)

Pubblicato da Aida Talliente su Domenica 8 marzo 2020

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