CULTURA VIRALE – LA FABBRICA DI CIOCCOLATO

Una splendida iniziativa della Libreria Friuli di Udine e dell’Associazione Get Up chiamata Cultura virale, una finestra quotidiana di sollievo positivo ed educativo per tutti quei bambini e quelle bambine, ragazzi e ragazze (e non solo) che sono costrette a rimanere a casa da settimane.

LEGGIAMO LIBRI PER VOI!!!!

Qui sotto un piccolo video con un frammento dalla “Fabbrica di cioccolato” di Roald Dhal

DEDICA

AI MIEI CARI COLLEGHI!

DEDICA (con passaggio di corvi) – segue traduzione

a chei ch’a no tornaran plui
parc’ch’a son muarz
a chei ch’a no tornaran plui
e ch’a son vîs
e chei ch’a son tornâz
par murî
o par tornâ a partî

a chei ch’a stan partint vuê
e a chei che incjmò no san lei
o ch’a sgjambirîn
ta panza di lôr mari
ch’a nassaran già vuàrfins
di pari
e lu saran dîs mês adan
fint ch’a varan avonda ans
par dâj il cambio
par continuâ una orenda
tradizion
una strazzaria di afiez
un cori cence radîs
un lavorâ cence intarès
un vegnî vecjus
cence speranza

a gno pâri
ch’al à puartât
fat e disfat valîs
sot duc’ i cìi
fint che la so fuarza era plui granda
dal pês da valîs

a mê mâri
ch’a vaît fasìntlas
spietât glotint il timp
novembre e las lèteras
e cidina à strengjût
vaît spietât strengjût
vaît spietât strengjût
an dopo an
vaît secui
par strengi seconz

a vuaitis amîs duc’
muarz e vîs

a nô ch’j cavilìn
par doi metros di cjera
parc’ ch’j no vin cjera

ch’j lin pal mont
parc’ ch’j no vin lavôr

as nestas vecjas cjasas
pengjas e liseras come un cjant
chi no savin fâ plui

a cheld esideri di libertât
ch’a nu’ vîf denti
encje se nassûz
tra un cîl cussì strent


DEDICA 

A quelli che non torneranno piu’ perche’ sono morti
A quelli che non torneranno piu’ e che son vivi
A quelli che sono tornati per morire
O ripartire.
A quelli che sono tornati oggi.
A quelli che ancora non sanno leggere
E che scalciano nella pancia di loro madre
Che nasceranno gia’ orfani di padre
E lo saranno dieci mesi l’anno
Finche’ avranno abbastanza anni
Per continuare una orrenda tradizione
Uno spreco di affetti
Un correre senza radici
Un lavorare senza interesse
Un invecchiare senza speranza.
A mio padre, che ha fatto, disfatto valigie sotto tutti i cieli
Finche’ la sua forza e’ stata piu’ grande del peso delle valigie.
A mia madre che ha pianto facendole
Aspettando, inghiottendo il tempo
E in silenzio lo stringeva quando tornava.
Pianto, aspettato, abbracciato
Pianto, aspettato, abbracciato
Anno dopo anno
Pianto secoli per stringere secondi.
A voi amici tutti, morti e vivi.
A noi, che litighiamo per due metri di terra
Perche’ non abbiamo terra
Che andiamo per il mondo
Perche’ non abbiamo lavoro.
Alle nostre vecchie case
Solide e leggere come un canto che non sappiamo piu’ fare.
A quel desiderio di liberta’ che ci vive dentro
Anche se nati sotto un cielo cosi stretto.

Leonardo Zanier

AI MIEI CARI COLLEGHI!DEDICA (con passaggio di corvi) – vedi traduzioneA quelli che non torneranno piu' perche' sono mortiA quelli che non torneranno piu' e che son viviA quelli che sono tornati per morireO ripartire.A quelli che sono tornati oggi.A quelli che ancora non sanno leggereE che scalciano nella pancia di loro madreChe nasceranno gia' orfani di padreE lo saranno dieci mesi l'annoFinche' avranno abbastanza anniPer continuare una orrenda tradizioneUno spreco di affettiUn correre senza radiciUn lavorare senza interesseUn invecchiare senza speranza.A mio padre, che ha fatto, disfatto valigie sotto tutti i cieliFinche' la sua forza e' stata piu' grande del peso delle valigie.A mia madre che ha pianto facendoleAspettando, inghiottendo il tempoE in silenzio lo stringeva quando tornava.Pianto, aspettato, abbracciatoPianto, aspettato, abbracciatoAnno dopo annoPianto secoli per stringere secondi.A voi amici tutti, morti e vivi.A noi, che litighiamo per due metri di terra Perche' non abbiamo terraChe andiamo per il mondoPerche' non abbiamo lavoro.Alle nostre vecchie case Solide e leggere come un canto che non sappiamo piu' fare.A quel desiderio di liberta' che ci vive dentroAnche se nati sotto un cielo cosi stretto.Leonardo Zanier

Pubblicato da Aida Talliente su Giovedì 12 marzo 2020

 

NOI NON RIPOSEREMO MAI

NOI NON RIPOSEREMO MAI

Che accidenti può fare un poeta in una città di bersaglio per anni e anni? Vivere, prima di tutto, e di questo gli è grato il mondo: un poeta in meno da piangere, ma poi scrivere perché il resistere non sia solo il residuo di una tenacia ma la materia prima del canto. I poeti possono così salvare il dolore, il loro e l’altrui, impedirgli di aggiungersi alle macerie. Quando più aspra è la necessità, penuria, freddo, lutto, pericolo, più di un generale serve un poeta. Se un frammento, una scheggia di pena entra in un libro, tutto il dolore non è stato solamente spreco. Il posto del poeta è in una città fucilata più che sotto un balcone a suggerire frasi a un innamorato. Chi ha vegliato durante le notti per impedire l’arresto del cuore del mondo? I poeti, i pittori, i suonatori e tutti i saltimbanchi dallo spirito indomito di un popolo. I viveri diventavano le serate di musica e il rossetto sulla bocca delle donne affamate.

La cosa più importante quando cominciammo a scrivere, non era tanto creare versi quanto nei versi riabilitare l’amore. Su tutto quanto ci circondava aleggiava l’ombra della guerra passata. Dovevamo per noi stessi e per la gente intorno a noi riscoprire la bellezza delle mattinate d’inverno e il valore di un sorriso dal finestrino del treno. Dovevamo riabilitare tutte le parole dell’uomo perché da coltello fino ad erba tutte erano macchiate di sangue. Scrivere una poesia era la stessa cosa che piantare una betulla in un parco a venire o mettere un campanello ad una porta (…)»

Izet Sarajlic – “Lettere fraterne” – Dante e Descartes 2007  

disegno di  Cosimo Miorelli

 

AI MIEI "COLLEGHI"…ogni volta che dico "collega", Francesco Villano rabbrividisce….Ciao a tutti miei cari! Spero di rivedervi presto.E buona festa della donna a tutte.(video numero 1)Ocio!…ho detto video numero 1!…..info:www.aidatalliente (vedi blog)

Pubblicato da Aida Talliente su Domenica 8 marzo 2020

Il luogo Sacro

Un pensiero per me e per tutti quelli che, da sempre, fanno questo mestiere. Dopo un anno di lavoro e più, per costruire un nuovo spettacolo, per portare avanti una ricerca nel modo più coerente possibile, per mettere insieme i pezzi, per far girare le cose, per far suonare tutte le varie parti insieme in modo armonico, ecco che, prima di incontrare finalmente il pubblico, non sono più sicura di niente. Non che io lo sia mai stata, né tanto meno affezionata a ciò che di volta in volta si trova sul palco. Un grande desiderio, questo sì, di parlare a qualcuno che è lì con me per vivere un’esperienza. Ma…da un po’ di tempo…sempre più, mi sfugge quello che accade in platea. Mi sfuggono gli occhi, i pensieri, i gusti, la qualità d’ascolto del pubblico. Ciò che prima mi era famigliare, sta diventando criptico, incomprensibile, pericoloso. A volte pare che le cose vengano fatte per piacere a qualcuno e non più nella libertà di andare a cercare altri linguaggi, modalità sconosciute, osare uscire da schemi precisi o più semplicemente, sentire qual’è la voce più urgente dentro di sé. Il pubblico parla, parla sempre di più e critica. Spesso critica a vanvera dopo aver staccato più volte gli occhi dal palco per guardare il telefono preso da chissà quali irrinunciabili impegni. Critica a vanvera perché non gli è chiaro che quello spazio è uno spazio di rito e che dunque va rispettato. E questo vale anche per molti colleghi, che si comportano allo stesso modo perché non è stato insegnato loro che quello è spazio rituale. E penso anche…non sono le storie che riportiamo sul palco a toccarci e a commuovere, ma la precisione, la generosità, la pulizia dei movimenti, la fatica tradotta in bellezza, di chi, in quel momento, è il tramite di una storia. Sulla scena bisogna danzare. Danzare con il corpo, danzare stando fermi, danzare con le parole, con i silenzi e trovare tutti gli strumenti possibili per imparare a farlo. Cercarli sempre, non stancarsi, non fermarsi. Molto spesso le voci esterne possono scoraggiarci nel nostro lavoro ma credo che quando si è coerenti fino in fondo, molte parole dette senza la comprensione reale del processo creativo, possono essere taciute.  Penso al mio mestiere costantemente e le immagini che mi vengono negli anni sono sempre le stesse; quelle che mi hanno insegnato i miei maestri (dei buoni maestri) e quello che mi ha insegnato la vita vissuta fin’ora e le persone che ne fanno parte: teatro come spazio di incontro tra chi lo fa o con le persone che s’incontrano nella quotidianità e di cui si raccoglie la storia. Teatro come luogo di pensiero dove officiare un rito comunitario. Teatro come mestiere sociale, per poter parlare, discutere, riportare, presentare, riflettere. Teatro come luogo di bellezza, perché ciò che si costruisce sia bello non solo per il  messaggio riportato ma bello da vedere, perché vi è cura in ogni parte. Teatro come esempio di resistenza perché è fatto da un’ umanità che non può restare indifferente dove non c’è giustizia. Teatro come mestiere da rispettare perché troppe volte accade che il proprio lavoro non venga considerato, pagato, supportato nella giusta misura in cui si è disposti a lavorare oltre le 12/15 ore al giorno per mesi, pur di trovare qualcosa che abbia senso. Teatro che commuove come ogni forma di arte pura perché  chi lo fa, lo fa seriamente, con professionalità, con cura, con cuore. Teatro come luogo di memoria che serve a guardare avanti. Teatro che deve essere il luogo di chi fa questo mestiere perché lo ha scelto come traccia per la propria vita, perché ha studiato per farlo, perché si è preparato,  perché  ha ricevuto i suoi no, perché ha sopportato, perché può parlare con cognizione di causa quando quello che racconta sul palco risuona dentro di sé poiché attinge a esperienze personali. Non è e non sarà mai il  luogo di chi s’improvvisa teatrante da un giorno all’altro. Poco tempo fa una mia amica mi ha detto: “Sai, il teatro mi fa male nonostante io lo ami e mi capita di non emozionarmi più”. Alla mia amica (che capisco profondamente) dico; che il teatro quando è fuori  da macchine produttive e distributive stritolanti, non fa male…anzi…è il più bel modo esistente al mondo per tuffarsi dentro l’essere umano. E che, sì…ci si può ancora commuovere se chi sale sul palco sa dove sta andando, cosa sta facendo senza il bisogno di mostrare niente ma lasciando guardare ciò che gli accade profondamente.

Aida. 22/23 febbraio ore 21.00 Il Vangelo delle Beatitudini – Teatro S. Giorgio (Ud)

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